"Saluta il signor Johnson"
Uno dei miei primi ricordi , fu il signor Johnson, il nostro vicino di casa. Un uomo già attempato, perennemente con la tutina addosso ed una camicia a quadri sotto. Indossava sempre un cappellaccio di paglia con la tesa sfilacciata. A quell’epoca non avevo assolutamente idea come fossi arrivata da Boston U.S ad Armidale, nel Nuovo Galles del Sud, non lontano dal confine con il Queensland. Non avevo idea di cosa aveva portato i miei, dall’intramontabile sogno americano, ad andare a vivere in una umile casetta dal tetto rosso in Judith Street quasi all’angolo con Short Street. (Poi secondo me ci deve essere un recondito senso dell’umorismo nel nome di questa strada. Short street in realtà è molto lunga), né avevo testimonianze mnemoniche della mia vita a Boston, tranne una fotografia su una spiaggia del New England, dove ne ero stata strappata all’età di tre anni circa. Non avevo idea di come siano state cambiate le carte in tavola a mio padre e di come si sia trovato sull’orlo del lastrico in un paese straniero, tanto da dover accettare un lavoro dall’altra parte del mondo e divenire un emigrato emigrante. Tutto questo, la giovane Ann Mary Jennifer bla bla bla, non ne aveva idea. Ma l’entusiasmo dei miei non era diminuito, e cercavano di trasmetterlo anche alla loro figlia unigenita, facendo finta che la loro schietta cortesia con i vicini vincessero la loro diffidenza verso gli italiani. Devo dire che una parte di responsabilità perché questo non sia avvenuto ce l’ho anche io. Crescendo, figlia unica, piena di soffocanti attenzioni, più un carattere difficile, dire che ero incontrollabile è dire poco. Una delle mie vittime preferite era proprio il signor Johnson, che da piccola mi facevano salutare in continuazione. Era il prototipo del bersaglio, con l’espressione arcigna che masticava sempre qualche cosa e non salutava mai ai miei Ta-ta*. fatti con la piccola manina. All’età di 7 o 8 anni, gli feci pipì nelle scarpe. La moglie, di cui adesso mi sfugge il nome, la sera aveva l’abitudine di mettersi sul porticato, e mentre si prendeva il fresco, gli lucidava le scarpe, per poi lasciarle lì ad asciugare fino al mattino. La mattina dopo non le trovò tanto asciutte, ma insolitamente tutto tacque. Una volta gli levai il fermo corsa all’innaffiatore, il quale continuò a pompare acqua a 360 gradi colpendo tutta la casa e bagnando abbondantemente il suo preziosissimo salotto. Quella volta vennero a casa protestare con mio padre, questi insieme a mia madre mi guardarono molto severamente, ma, quando se ne erano andati, si chiusero dentro una stanza per ridere a crepapelle.
In un’altra occasione gli svitai le ruote alla carriola senza toglierle. Non agii da sola, con una mia amica avevamo discusso sul fatto che lui trovandosi improvvisamente senza le ruote avrebbe potuto o meno controllare la situazione. Io pensavo di sì, la mia amica invece era di parere contrario. Avevo torto. Il signor Johnson con la carriola piena e senza ruote , giù per la piccola discesa del garage si trovo improvvisamente frenato e sbalzato in avanti rovinando completamente.
Non finì qui. Un giorno gli staccai entrambe le targhe alla automobile e poi telefonai anonimamente alla polizia dicendo che vi era una auto sospetta parcheggiata in Judith Street. Faticò parecchio a convincere i solerti rappresentanti della forza dell’ordine che l’auto era sua e che non era un ricettatore. Eppure quando morì, nell’Agosto del 1982, io non ero in casa, ero altrove, sentii l’impulso di tornare a casa. Nessuno mi aveva avvertito, lo avevo saputo casualmente da un conoscente comune. Mi ricordo che sotto lo sguardo curioso dei presenti, mi misi a sedere sul primo scalino, quello suo preferito e mi misi piangere amaramente. Forse mi ero resa conto che non avrei potuto più salutarlo.
Note dell'autore
* Ta - ta, saluto infantile.


